DANIEL MAC FADDEN Premio Nobel 2000 per l’Economia

mcfadden-award2La Scuola di Politica ed Economia vi invita ad assistere alla lectio magistralis del premio Nobel per l'Economia 2000 DANIEL MAC FADDEN Lunedì 3 dicembre 2012, ore 17.00 presso il Centro Congressi di Confartigianato via E. Fermi, 201 a Vicenza

DANIEL MAC FADDEN è stato premiato per il suo sviluppo della teoria e dei metodi per l’analisi dei modelli di “discrete choice”.

Economista statunitense ( Raleigh, Nord Carolina, 1937), è stato prof. all'università della California a Berkeley (1968-79 e dal 1990) e al Massachusetts Iistitute of technology (1978-91), direttore del dipartimento di economia all'università della California a Berkeley (1995-96). Nel 2000 gli è stato assegnato il premio Nobel (con J. J. Heckman) per il suo contributo nel campo della microeconomia e, in particolare, per le teorie ei metodi ampiamente usati nell'analisi statistica dei comportamenti individuali e domestici.

Ha pubblicato: Urban travel demand: a behavioral analysis (in collab. con T. Domencich, 1975, 2a ed. 1996); Production economics: a dual approach to theory and applications (1978); Microeconomic modelling and policy analysis: studies in residential energy demand (1984).

Economia e scelte private.
Per provare l'efficacia di un sistema di trasporti locale o dei servizi offerti in materia di sanità è essenziale conoscere il comportamento del consumatore. Ma sono proprio le scelte individuali che sfuggono alle valutazioni e le statistiche tradizionali non sono uno strumento sempre veritiero. Ecco allora la microeconometria, che analizza le situazioni più diverse coniugando le teorie economiche con la statistica e anche con la psicologia e studiando i meccanismi che determinano le scelte discrete, quelle cioè che gli individui effettuano tra un limitato numero di alternative.
Le scelte del consumatore avvengono in base alla preferenza e all'utilità, fattori così influenzabili che difficilmente si possono misurare: per questo è stato formulato un modello basato sulle probabilità di scelta, in funzione delle caratteristiche delle alternative e delle caratteristiche individuali. Possiamo così studiare i comportamenti in situazioni economiche nuove.
"Quel che ho fatto lavorando con queste teorie - ha sottolineato Mc Fadden - è stato sviluppare modelli per studiare quelle che potrebbero essere chiamate le grandi scelte della vita, come la scelta dell'occupazione, di sposarsi e di avere figli".
La conoscenza delle decisioni "private" risulta decisiva nel programmare interventi di politica economica e sociale: "Io sono solo un ingegnere della macchina economica, ma in qualsiasi modo si usi il mio lavoro l'importante è che si abbiano in mente i bisogni dei cittadini" ha concluso McFadden.

Così gli individui creano le loro scelte
I suoi contributi in teoria dell'organizzazione, psicologia cognitiva, intelligenza artificiale
Il punto di partenza dell'analisi di Herbert Simon è costituito dall'ipotesi della bounded rationality , nata dall'osservazione diretta del comportamento degli impiegati e dei managers all'interno delle grandi organizzazioni. Questa ipotesi oltre a riconoscere il carattere limitato della conoscenza e della informazione necessari a individui e organizzazioni per regolare razionalmente la loro condotta, pone l'accento sui vincoli di memorizzazione e di elaborazione simbolica che caratterizzano la mente umana.
I primi studi sui limiti della razionalità erano centrati sulla limitata capacità degli individui nel costruire ed esplorare le loro strategie di azione; esempi celebri sono i limiti insormontabili che i giocatori di dama, scacchi e altri giochi complessi incontrano nell'elaborare una strategia vincente. Ma con il progredire degli esperimenti sono emersi ulteriori limiti che coinvolgono la maggior parte delle attività cognitive connesse alla decisione.
Nell'agire quotidiano, per esempio, è noto sperimentalmente che ci troviamo spesso in difficoltà di fronte a banali inferenze logiche o a semplici applicazioni del calcolo della probabilità; per non dire dei trabocchetti in cui casca la nostra memoria quando cerchiamo di imparare dal passato.
Non è sorprendente dunque se nel giudicare, scegliere e decidere commettiamo degli "errori". Sorprendente, se mai, è la solidità dei risultati prodotti da trent'anni di ricerca sperimentale nell'ambito della teoria cognitiva della decisione ( behavioral decision theory ). Questi mostrano che tali errori - identificati come violazioni della razionalità - sono diffusi, fondamentali e, soprattutto, sistematici. Di conseguenza, la benevolenza che la maggior parte degli economisti continua ad accordare alle assunzioni razionalistiche della teoria economica, si spiega solo sulla base della mancanza di una convincente teoria alternativa. Gli economisti si trovano nell'imbarazzante situazione di una teoria largamente falsificata cui possono contrapporre per ora solo frammenti di nuove teorie.
Per superare questa situazione occorre innanzitutto uscire dall'equivoco che le discrepanze tra ciò che la teoria prescrive e il modo in cui effettivamente operano trades e managers siano dovute semplicemente a una insufficiente informazione a loro disposizione.
Come è noto, l'analisi delle decisioni in condizioni di rischio e di incertezza è stata dominata dalla teoria dell'utilità (soggettiva) attesa. Quest'ultima è generalmente accettata come modello normativo di scelta razionale, ed è largamente applicata come modello descrittivo del comportamento economico. La teoria che ne deriva è pertanto una combinazione di aspetti normativi e positivi. Ma argomentare che la teoria dell'utilità attesa è una buona teoria di come le persone si comportano di fatto perché è una buona teoria di come le persone dovrebbero comportarsi, è come dire che la gente paga effettivamente le tasse perché moralmente dovrebbe farlo.
Che la pretesa sia anche empiricamente infondata è quanto ritiene, fra gli altri, il Premio Nobel per l'economia del 2000: Daniel McFadden. Nel suo recente "Rationality for economists?" (vedi Il Sole-24 Ore del 14 gennaio) egli ha sostenuto che anche l'ultima evoluzione dell' homo oeconomicus : The Chicago Man (vale a dire il massimizzatore dalla preferenze stabili di Gary Becker - Nobel nel 1992, e il credente dalle aspettative razionali di Robert Lucas - Nobel nel 1995) è "una specie in via di estinzione". L'evidenza sperimentale ha ormai drasticamente ridotto il suo dominio ed egli non è più al sicuro neppure in quei territori (mercato dei beni, per esempio) di cui una volta era il padrone.
Se dunque i comportamenti individuali non si adeguano a quanto prescritto dalla teoria, dobbiamo porre attenzione ai difetti della teoria, invece che a supposti difetti della razionalità degli individui: manca ancora qualcosa nelle nostre teorie per comprendere a fondo come vengono prese le decisioni umane.
A partire dalla metà degli anni Settanta fino al loro ultimo Choices, Values and Frames (a cura di, Cambridge University Press, Novembre 2000), Tversky e Kahneman hanno indagato i principi psicologici che governano la creazione, la percezione e la valutazione delle alternative nei processi decisionali. Ne è emerso tra l'altro che le preferenze variano sensibilmente in relazione al modo in cui il problema di scelta viene presentato ( framing ). Più che stabili ( à la Becker) e rivelate ( à la Samuelson), le preferenze sono costruite dagli individui nel processo stesso di elicitazione, e non sono rari i casi in cui diverse rappresentazioni di un equivalente problema di scelta generano un rovesciamento di preferenze.
Ciò suggerisce che l'aspetto centrale del processo decisionale consiste nella capacità di costruire nuove rappresentazioni dei problemi . Questo punto viene già identificato, in nuce nell'analisi empirica che Simon svolge sulle decisioni manageriali negli anni '50. Nel 1956 Cyert, Simon e Trow descrivono un evidente dualismo dei comportamenti manageriali: da un lato il comportamento di scelta coerente tra alternative, dall'altro il comportamento di ricerca delle conoscenze necessarie a definire il contesto della scelta. L'ottica della ricerca sulla razionalità si sposta perciò nettamente dalla questione della coerenza-incoerenza della scelta alla questione della rappresentazione e dell' editing dei problemi. Come avvenga la costruzione di modelli mentali con cui rappresentiamo e risolviamo i problemi è il punto chiave su cui la teoria delle decisioni si dovrà confrontare nei prossimi anni. La teoria dei giochi, la psicologia cognitiva e l'intelligenza artificiale (si pensi agli algoritmi genetici) sono le tre discipline che si stanno confrontando con questo tema classico e irrisolto: comprendere la natura della creatività umana
MASSIMO EGIDI
Tratto dalla rassegna del Sole 24 Ore di novembre dicembre 2000


Una statistica per individui
Gli studi di Heckman e McFadden permettono di avere dati più realistici sulle preferenze della popolazione
Christopher Flinn è professore di Economia alla New York University ed è coautore con James Heckman di numerosi articoli sui modelli dinamici del mercato del lavoro. A lui abbiamo chiesto questo contributo.
Il premio Nobel per l'Economia è stato assegnato a James Heckman dell'Università di Chicago e Daniel McFadden dell'Università della California a Berkeley. Entrambi hanno contribuito a diverse aree dell'economia ma il Comitato del Nobel ha privilegiato i lavori, svolti indipendentemente, in microeconometria. Si tratta di un argomento poco noto al grande pubblico ed è un peccato perché i loro lavori influiscono e influiranno sulla vita di moltissime persone in tutto il mondo, sulla progettazione e realizzazione di programmi sociali, sulla disponibilità di beni pubblici quali le infrastrutture per i trasporti.
Prima che diventassero disponibili grandi banche dati con informazioni sulle caratteristiche e le scelte dei singoli, delle famiglie o delle imprese, quasi tutte le analisi statistiche degli economisti erano basate su dati aggregati. Dai censimenti della popolazione e dai registri amministrativi e contabili tenuti dalle imprese e dai Governi si possono costruire variabili che correlano una caratteristica della popolazione a un'altra. In Italia, per esempio, un economista del lavoro può utilizzare simili fonti per studiare il rapporto tra tasso di disoccupazione in una data regione e titoli di studio degli adulti che ci abitano. I dati sulla disoccupazione e la percentuale di adulti che hanno terminato il liceo, per esempio, permettono di stimarne il rapporto a livello regionale.
Gli statistici e gli scienziati sociali sanno da tempo che i rapporti tra le variabili misurate a livello aggregato possono divergere moltissimo da quelle misurate a livello individuale. Questo fenomeno, che consiste nell'interpretare non correttamente le relazioni aggregate come se fossero valide a livello individuale, si chiama "errore ecologico" (ecological fallacy). Mettiamo di aver trovato in una regione un rapporto positivo tra percentuale degli individui che hanno terminato il liceo e tasso di disoccupazione. Sarebbe un errore ecologico inferire, sulla base di tale evidenza, che c'è una relazione positiva tra una persona che ha completato il liceo e la sua eventuale disoccupazione; infatti questa relazione non regge se facciamo l'analisi a livello individuale.
Questi problemi di inferenza indicano che i dati aggregati, indispensabili per studiare certi fenomeni macroeconomici, servono ben poco a capire il comportamento di singole imprese, persone o famiglie. Gli economisti si sono presto resi conto che l'accesso a dati individuali non bastava a garantire che dalle relazioni osservate a livello empirico si potesse inferire alcunché di significativo rispetto ai comportamenti.
(…)
McFadden ha fornito contributi fondamentali all'analisi di decisioni chiamate scelte discrete. Per esempio, una donna sceglie di lavorare oppure no; un consumatore quale tipo di cereali comprare; uno studente se laurearsi o un'impresa se costruire una nuova fabbrica. Prima dei lavori di McFadden c'erano pochi modelli economici o statistici che si potessero usare per analizzare quei problemi.
Siccome sono situazioni che si propongono di continuo quando si analizzano dati individuali, questi non avrebbero potuto essere usati dagli studiosi del comportamento senza l'opera teorica ed econometrica di McFadden.
Heckman e McFadden hanno dato un quadro concettuale e una metodologia ai dati capace di fornirci informazioni riguardo alle conseguenze dei provvedimenti presi dalle pubbliche amministrazioni sul comportamento e il benessere sociale. Grazie al lavoro di McFadden è stato possibile analizzare i costi e i benefici delle proposte di infrastrutture per i trasporti. Grazie a quello di Heckman, si è potuto valutare l'efficacia di un gran numero di programmi di formazione per disoccupati di lungo periodo. A rendere speciale il Nobel di quest'anno è una combinazione di creatività intellettuale, di idee rigorose e di applicazione di tali idee a importanti scelte di politica pubblica. (Traduzione di Sylvie Coyaud)
CRISTOPHER FLINN
Tratto dalla rassegna del Sole 24 Ore di novembre dicembre 2000

DANIEL MCFADDEN
Alternative al "Chicago men"
Dal saggio "Rationality for economists" di Daniel McFadden edito nel "Journal of risk and uncertainty" (1999)
L'economia ha sempre studiato le motivazioni e i comportamenti dei consumatori. Gli economisti pensano che i comportamenti razionali, nel significato esteso di sensati, pianificati e coerenti, dominino la condotta nei mercati, a causa della ricerca del proprio interesse e della capacità dei mercati di punire comportamenti irrazionali. Alla razionalità è stato dato, sin dai lavori di Hicks e Samuelson, un significato specifico che, nella teoria classica della domanda dei consumatori, forma la pietra angolare dei corsi di teoria economica. Nelle parole di Herb Simon "l'uomo razionale dell'economia è un massimizzatore, che non accetta niente se non il meglio". Se è vero che questo modello di comportamento del consumatore domina l'analisi contemporanea, vi è peraltro una lunga tradizione di economisti che ne mettono in questione la validità e cercano alternative.
Il modello razionale di scelta del consumatore è così radicato nell'analisi economica, e così plausibile, che è difficile per molti economisti immaginare che dei fallimenti di razionalità possano infettare le decisioni economiche o sopravvivere alle forze di mercato. Non di meno, vi è una evidenza che si accumula nello studio dei comportamenti, che contesta il modello razionale. I comportamenti di scelta sono caratterizzati da un processo decisionale che è il risultato di percezioni e credenze basate sulle informazioni disponibili, ed è influenzato da attitudini, motivi personali e preferenze. L'economia neoclassica e la psicologia hanno vedute radicalmente differenti del processo decisionale.
Innanzitutto, il focus primario degli psicologi sta nel capire la natura di queste decisioni, come esse vengono prese e modificate dall'esperienza, e come determinano i valori economici in gioco. Il focus primario degli economisti sta nel percorso che va dagli input di informazione alla scelta. Le preferenze o i valori possono essere trattati per la maggior parte delle applicazioni economiche come premesse dell'analisi, e il processo decisionale come una "scatola nera". L'aforisma "Gli economisti conoscono il prezzo di tutto e il valore di niente" descrive correttamente le priorità scientifiche della disciplina. Secondo, gli psicologi guardano a un processo decisionale dominato dall'idea che i comportamenti siano locali, adattativi, appresi, dipendenti dal contesto, mutevoli, e influenzati da interazioni complesse di percezioni, motivi, attitudini e affetti. Il modello standard nell'economia è che i consumatori si comportano come se l'informazione venisse processata per formare appercezioni e convinzioni usando rigorosi principi statistici Bayesiani (razionalità di percezione), come se le preferenze fossero primigenie, coerenti e immutabili (razionalità di preferenza) e come se il processo cognitivo consistesse in una semplice massimizzazione delle preferenze, dati i vincoli di mercato (razionalità di processo).
(…) La descrizioni quantitativa del valore di oggetti concreti divenne l’oggetto della scienza dell'economia. Restringendo l'attenzione alle merci che vengono scambiate contro danaro, questa disciplina è stata in grado di descrivere regolarità impressionanti nel come noi attribuiamo un valore a questi beni. Tutto questo è stato molto utile ma ha creato un corpo di procedure che si esaurisce in se stesso, senza riferimenti ai processi motivazionali umani che nella realtà determinano il valore".
Questa mancanza di attenzione al processo decisionale e alla formazione del valore costituisce una carenza fondamentale dell'economia? Se il modello standard avesse sempre successo nello spiegare i comportamenti di mercato e se gli economisti confinassero la loro attenzione ai soli dati di mercato, la risposta sarebbe no. Gli economisti potrebbero essere criticati per scarsa curiosità scientifica ma la loro disciplina siederebbe confortevolmente su se stessa. Tuttavia questa mancanza di attenzione è diventata molto imbarazzante davanti a una evidenza comportamentale che si accumula: il modello standard fallisce nello spiegare certe condizioni di mercato e gli economisti sono costretti a interessarsi a dati non di mercato ottenuti da inchieste e da esperimenti. (…) . Per la maggior parte degli economisti questa è la trama per un terrificante film dell'orrore, un'eresia che colpisce gli organi vitali della nostra professione. Per la maggior parte degli psicologi questa è la descrizione della gente che incontrano ogni giorno.
Chiamerò un consumatore “Chicago man” colui che si conforma al modello economico standard di percezioni, preferenze e razionalità di processo. Il Chicago man è percorso da flussi a senso unico che muovono dalle percezioni e dai gusti verso il compito di massimizzazione delle preferenze. Ho da fare quattro osservazioni sul modello del Chicago men. E' conveniente. Con qualche ipotesi addizionale, porta a procedure dirette e maneggevoli per l'analisi empirica della domanda e per l'analisi costi/benefici.. E' stato uno strumento importante per l'analisi e la politica economica.
E' di successo. In applicazioni che vanno dalla valutazioni delle opportunità di arbitraggio in mercati finanziari al disegno di schemi incentivanti nei contratti, riesce a caratterizzare gli aspetti più salienti del comportamento nei mercati.
E' inutilmente forte. Molti degli obiettivi primari dell'analisi economica sono raggiungibili con forme di razionalità più debole.
E' falso. Quasi tutti i comportamenti hanno una componente razionale sostanziale, almeno in un senso allargato di razionalità. Tuttavia, vi è una enorme evidenza comportamentale che milita contro un'interpretazione letterale del Chicago man come modello universale di scelta del consumatore.
Allora, che cosa succede con gli economisti e il Chicago man? Perché mai gli economisti quando gli si mostra un'evidenza empirica o comportamenti che vanno contro questo modello, balbettano, borbottano scuse e continuano a fare quello che facevano prima.
Tratto dalla rassegna del Sole 24 Ore di novembre dicembre 2000